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Dablokesh, pseudonimo di Antonio Mariani, è un artista e paroliere italiano. Attivo nel campo della musica e della pittura. Si forma attraverso percorsi personali di ricerca visiva e letteraria, sviluppando nel tempo un linguaggio espressivo che unisce osservazione, introspezione e sperimentazione. Vive e lavora in Italia
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Il cielo in una stanza di G.Paoli 🕶️
Gli alberi infiniti, il cielo, l’organo che vibra… Non siamo a un concerto in mezzo al bosco, ma è «Il cielo in una stanza», la stanza - seppure senza pareti - con il soffitto viola resa celebre da Mina. Testo e musica li scrive Gino Paoli, ma sarà la Mazzini a incidere il brano per prima, nel 1960, facendone il disco in assoluto più venduto di quell’anno.
Tra le canzoni più romantiche e sicuramente più note di Paoli, Il cielo in una stanza non è stata apprezzata sin da subito però e per tanti anni si è portata dietro un segreto. «Era il 1959», racconta lui stesso, «avevo venticinque anni e fino a quel momento avevo scritto solo altre due canzoni, La gatta e Grazie. Ma anche un capolavoro può avere un percorso travagliato per arrivare al successo». E il successo può durare per sempre, come dimostra la presenza di questo brano in Summertime, la serie giovane Netflix del momento.
Il brano inizialmente uscì senza il suo nome: «Non furono i dissidi il motivo per cui il 45 giri non portava la mia firma, ma quella di Mogol-Toang (pseudonimo del compositore e pianista Renato Angiolini, n.d.r.), semplicemente non ero ancora iscritto alla Siae».
«Il cielo in una stanza» fece piangere Mina
«Giulio Rapetti, che sarebbe poi diventato famoso come Mogol, era impiegato alle edizioni Ricordi», racconta Gino Paoli, «suo padre Mariano era il direttore e lui si occupava di fare incidere i pezzi che gli autori consegnavano. Quando Giulio mi portò in giro, i commenti al Cielo in una stanza erano sul genere “questa non è una canzone", “è meglio che cambi mestiere”, "non può assolutamente andare”. Miranda Martino, che disse “questa è una canzone di merda”, ancora adesso s’incazza. Poi arrivammo da Mina: “Sì, la faccio io”. Non seppi più nulla della canzone, tornai a Genova e un giorno incontrai Tony De Vita, che aveva fatto l’arrangiamento: “Hai fatto una canzone che sarà un successo mondiale. Mina, appena ha finito di cantarla, si è messa a piangere e tutti i musicisti si sono alzati in piedi commossi».
«Il cielo in una stanza» è dedicata a una prostituta
Il cielo in una stanza racconta l'orgasmo, lo ha confermato di recente lo stesso Paoli: «È una canzone dedicata a un gesto umano, ma mistico, che proietta in una dimensione dove sei tutto e niente. Descrivere l'atto è praticamente impossibile, così ho trovato questa tecnica: ci giro intorno e il non detto arrivo a suggerirlo con l'ambiente». In quanto alla dedica, Gino ha svelato un segreto: «Era per una puttana della quale mi ero innamorato, perché a quei tempi le ragazze non te la davano. E poi chi ha detto che non si può amare una puttana? Per me il sesso è come un sacrificio umano, qualcosa che ti scaraventa in una dimensione mistica. Se non c'è amore, lo chiama, lo fa nascere, magari anche solo per quel momento».
Dov'era il famoso soffitto viola?
Della genesi della canzone, Gino Paoli racconta: «Le parole mi vennero improvvisamente un giorno che mi trovavo in un bordello e sdraiato sul letto ne fissavo il soffitto color viola. Con Il cielo in una stanza, sentivo il bisogno di dire che l'amore può nascere in qualsiasi momento e in qualsiasi posto, per proiettarsi ovunque superando ogni confine e barriera». La suddetta casa chiusa era il Castagna a Genova, in vico dei Castagna 4. La zona è quella di Porta Soprana, a pochi passi da piazza delle Erbe, proprio lì lavorava la signorina per cui il cantautore perse la testa e a cui dedicò alcune tra le sue parole e note più belle.
Paoli cedette Il cielo in una stanza malvolentieri e spese parole forti sull'interpretazione di Mina, più dissacranti anche del romanticismo che in quel brano aveva regalato a una puttana: «Canta Il Cielo in una Stanza e l'elenco telefonico allo stesso modo. Non so se sa quello che canta oppure no. Canta come fosse uno straordinario strumento tecnico, come un flauto o una chitarra .
Di Valentina Giampieri
🕶️
Gino Paoli è uno che della vita non ci aveva capito un cazzo.
Oggi te lo impacchettano col fiocco. Il poeta romantico. Sapore di sale e i tramonti. La voce dell'amore gentile.
Gino Paoli era uno st*nzo. Sapeva di essere uno st*nzo.
Era uno che negli anni 60 andava dietro le donne sposate ed alle ragazzine di 16 anni. Un egoista fumatore incallito.
Era comunista con l'orologio buono, un alcolizzato, un egocentrico.
Gino Paoli era un tipo pericoloso, un idiota che ad appena 28 si sparava al cuore per un amore stupidamente idealizzato e non corrisposto. Una persona tossica, complicata, maleducata, scorbutica.
Gino Paoli non era il quadretto con il mare calmo al tramonto che ti vendono nei negozietti di Souvenir.
Gino era la schiuma verde nel porto di Genova, l'odore di pesce nelle Creùze, le bestemmie dei marinai.
Gino Paoli era FOTTUTAMENTE VERO. Nella sua menzogna. Nella sua poesia.
Perché aveva capito che l'unico modo in cui puoi amare è il tuo. Ed il tuo, vaffanculo, è sempre quello sbagliato. Quello che ti fa sudare. Quello che ti fa bestemmiare.
E andava bene così. Perché sapeva convivere con i propri mostri, con l'orrore di essere umano. Perché ci puoi essere amico dei tuoi mostri, come puoi esserlo di un proiettile che ti sfiora il cuore per 60 anni.
Non ha mai chiesto scusa per quello che era. Non ha mai ripulito la propria storia per renderla digeribile. Non si è mai messo il vestito buono per farti sentire a tuo agio.
Perché il cielo in una stanza è una canzone di una poesia meravigliosa.
Perché se la dedicano tutti gli innamorati.
Perché la cantano ai matrimoni.
E lui la scrisse mentre s*pava in un bordello, a faccia in su tra il letto ed una prostituta, a guardare un bellissimo soffitto infinito.
E non se n'è mai vergognato. Neppure un giorno.
Io dico VAFFANCULO a tutti i post con i cuoricini. Alle citazioni dei giornali online. Alle frasi sdolcinate da baci Perugina.
Gino era una persona troppo libera per un mondo così ipocrita.
Stanotte non è morto solo un cantante con canzoni meravigliose sulle labbra.
Non è morto solo un poeta con un proiettile sul cuore.
È morto un vecchio di 91 anni, un c*lione che della vita non ci aveva capito un cazzo!
Eppure lui, quel cielo, lo ha visto davvero.
(Autore sconosciuto)
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